Identificazione: definizione e clinica in Istinto di morte e conoscenza

ABSTRACT

Il presente lavoro, partendo da una breve disamina dei concetti di introiezione, proiezione e identificazione, vuole rimarcare la novità della teoria di Fagioli anche riguardo la Identificazione.

In Istinto di morte e conoscenza pubblicato nel 1972, Massimo Fagioli distingue nettamente tra Identificarsi con e Identificarsi da, dandone una connotazione diversa in termini di patologia e sanità psichica secondo la sua nota teoria della nascita umana, studiandone la dinamica relazionale inconscia.

Nella lingua italiana le due espressioni indicano due condizioni diverse, in cui l’identificarsi da è distinguersi da (fra i tanti significati, identificare è riconoscere l’identità di qualcuno), mentre identificarsi con indica sentirsi o essere come l’altro (Zingarelli, 1996). La prima appare correlata ad una identità umana sufficientemente consapevole di sé ed autonoma la seconda ad una dinamica psichica non cosciente.

Nelle teorie psicoanalitiche tuttora condizionanti l’operato clinico e la formazione dei terapeuti (freudiana, Kleiniana, ecc.) l’identificazione con è considerata un normale ed auspicabile esito dello sviluppo umano che porta l’individuo ad integrarsi e a svolgere un ruolo nella società e nelle relazioni umane. Vari Autori la propongono come fondante la stessa relazione terapeutica/analitica.

Fagioli mette un punto fermo riguardo il concetto stesso di identificazione e la confusione che c’è nella letteratura psicoanalitica, in particolare con il concetto kleiniano di identificazione proiettiva (che si esplicherebbe nel neonato normalmente angosciato, a priori dal rapporto al seno, a partire da oggetti interni frammentati ed originari). F. la descrive e definisce invece come il risultato di una dinamica precedente di introiezione (mettere fantasticamente dentro di sé l’oggetto) e poi di proiezione dell’oggetto alterato nell’altro. A questa dinamica segue prima o poi un annullamento della realtà umana così alterata. La pulsione di annullamento contro la propria identificazione proiettata è quindi il nucleo della psicosi.

Fagioli tratta la identificazione introiettiva e proiettiva come dinamiche psichiche che si esplicano in relazioni interumane in vario grado patologiche e deludenti e le distingue dalle dinamiche di introiezione e proiezione.

Tali dinamiche si verificano dopo la nascita, dal rapporto al seno in poi, per ripetute delusioni interumane e non sono originarie. Sono comunque curabili.

In Storia di un caso, (Fagioli, 2017, pp.30-44), Fagioli esplicita la sua prassi psicoterapeutica in un caso di psicosi. Qui la comprensione di una identificazione col padre andata poi persa per l’annullamento fatto contro la realtà umana di questi, in occasione della sua assenza, è stato un punto di partenza fondamentale per il lavoro di recupero/ricreazione della nascita e dell’Io con possibilità di guarigione. Tale identificazione aveva rappresentato nei primi anni di vita del paziente una condizione strutturante di base, che aveva impedito la perdita completa della propria realtà umana ed affettività. Il recupero di essa piattaforma di base nella relazione terapeutica ha permesso un primo passo verso la guarigione, con l’elaborazione delle separazioni fondamentali. Infatti oltre la fisiologica separazione alla nascita, le separazioni dai rapporti umani fatte con la memoria-fantasia del rapporto vissuto per soddisfazione delle esigenze portano alla formazione e sviluppo dell’identità sana. La separazione fatta per annullamento della propria identificazione proiettata porta alla malattia.

In conclusione per Fagioli la identificazione non è un esito fisiologico dello sviluppo psichico. A differenza di Freud che utilizza il mito di Edipo per dire della necessità della identificazione con i genitori e a differenza della cultura dominante che ne fa la normalità ed il punto cardine per perpetuare una società sempre uguale, Fagioli teorizza e dimostra la realtà di un individuo che a partire dalla propria personale fisiologica nascita, sviluppa nei suoi rapporti umani – e se necessario realizza nel rapporto terapeutico- una identità personale di sanità mentale, di autonomia, di capacità di essere presente ed agire, nei propri rapporti personali e nella società stessa, senza violenza. L’identificazione con il padre violento, la cecità psichica, è anzi una delle condizioni che portano alla violenza.

Ciò ha delle ricadute non trascurabili nella prassi psicoterapeutica che deve mirare alla guarigione delle dinamiche di rapporto patologiche formatesi nei rapporti deludenti e al raggiungimento di una identità personale di sanità mentale. Il terapeuta che cura deve egli stesso aver risolto tali dinamiche patologiche.

A conferma di quanto detto, nel rapporto con il terapeuta dell’Analisi collettiva, non è stato mai possibile identificarsi con lui, poiché non è mai stato deludente né assente nel rapporto terapeutico ed umano. La strada era solamente far sparire le proprie dimensioni violente e rischiare la propria identità.

Bibliografia

Libri

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