Quesiti da un’esperienza di lavoro

ABSTRACT

È possibile insegnare psichiatria a studenti della Facoltà di Medicina, obbligati ad avere conoscenza della materia senza una preparazione di base né un particolare interesse verso tale branca, attraverso la teoria della nascita?

In una realtà culturale caratterizzata dalla velocità della tecnologia, dalla priorità dell’economia e dalla fluidità delle relazioni umane, qual è il senso di un modello d’intervento che mira alla trasformazione delle dinamiche inconsce invece che all’uniformità e all’adattamento sociale?

Quali sono le necessità da ottemperare per far uscire un pensiero rivoluzionario, originale e valido dal rischio di un troppo silenzioso isolamento elitario così che venga riconosciuta la legittimità di un confronto ampio nel panorama delle diverse impostazioni scientifiche?

Attraverso l’esperienza personale di formazione didattica e lavoro clinico che riconosce nella teoria fagioliana e nel particolare rapporto con la sua prassi il cardine della sua complessità, questa relazione cercherà di proporre alcune riflessioni su tali quesiti.

Lessi per la prima volta Istinto di Morte e Conoscenza nel 1986 come testo indicato per il superamento dell’esame di Psicoterapia al III anno di Specializzazione. Lo studio di questa formulazione ha orientato lamia vita professionale e quella personale. Dal 1990 insegno Psichiatria all’Università di Roma proponendo tale teoria come chiave di lettura per l’individuazione della psicopatologia e la relativa metodologia d’intervento.

I concetti basilari si sono concentrati sull’ipotesi della modalità di sviluppo della realtà psichica sana, l’analisi della psicopatologia come manifestazione di alterazione del pensiero inconscio, sulla possibilità di prevenzione del break down e sulla necessità di considerare la cura come opportunità per modificare le dinamiche intrapsichiche e relazionali, al di là del calo o del superamento sintomatologico. Le valutazioni ottenute sull’efficacia del corso, indicano come ‘alto’ sia il grado del consenso circa quanto avanzato, sia la sua validità in relazione alle capacità operative. Resta però la sensazione che larga parte dei futuri medici vedano in questa proposta sostanzialmente un approfondimento intellettuale di difficile attuazione mentre chi si avvicina con interesse propositivo tende a rimanere confinato in una nicchia. Per modificare questo atteggiamento è necessario a mio avviso uscire dall’idea di utilizzare il modello scientifico classico come funzionale alla ricerca psichiatrica e cercare una diversa impostazione adeguata alle esigenze del funzionamento psichico.

Se identifichiamo la cura come processo trasformativo il modello d’intervento non può che essere psicoterapeutico. L’uso dei farmaci, seppure ad un prezzo, può solo favorire questo lavoro. Pertanto: quale processo psicoterapeutico e quanto può durare a fronte dell’urgenza del ripristino di una stabilità globalmente ‘produttiva’? Se la terapia è costituita da una componente curativa e da una di ricerca mutativa, la prima ha certamente una fine, per realizzazione o per interruzione, mentre il costrutto di ricerca può perpetuarsi nel tempo senza preventivabili parametri conclusivi. È possibile così dare senso ad un intervento che permetta di rispondere adeguatamente alle richieste del naturale vivere quotidiano ed al contempo alle esigenze di chi, nella quotidianità, pretende di realizzare una dialettica col mondo che ponga i rapporti umani al centro dell’attenzione. Perché un pensiero nuovo e valido possa affermarsi, deve realizzare una base solida su cui fondare il presupposto per una voce forte e autorevole. Tale voce ha legittimamente avuto nel tempo l’esigenza dischiarirsi, intonarsi, rinforzarsi. Il prezzo pagato, seppure colmo d’eccezionale entusiasmo, mi è parso negli anni l’impegno assai elevato. È ipotizzabile al pari che l’assolutezza delle su citate componenti non potesse lasciare spazio ad altre attività più intrinsecamente soggette a mediazioni e compromessi.

Ciò che appare oggi a chi ha cercato di osservare con rispetto la vicenda del rapporto tra la teoria fagioliana e la sua prassi, è un corpus unico fortemente strutturato. Tuttavia tale movimento non ha più la possibilità di operare con le modalità iniziali. La prospettiva è che questa voce possa trovare maggiore riconoscimento nella discussione scientifica se chi la esprime spendesse più parte della sua attività per ricoprire posizioni più emergenti all’interno dei sistemi istituzionali e di ricerca universalmente riconosciuti.

Bibliografia

  • Cavaggioni, G. (2003). La formazione dello psicoterapeuta in ambito pubblico. Il Sogno della Farfalla, 3,38-42.
  • Cavaggioni, G., Cerboneschi, A., Lai, E., Ialeggio, D., Bensi, M., Armando, M. (2008). Psicoterapia psicodinamica e formazione universitaria: problematiche e prospettive. Il Sogno della Farfalla, 4, 38-48.
  • Cavaggioni, G., Barbaranelli, C., Di Liegro, I., Lanzone, A., Locatelli, V., Morini, S., et al. (2013). Proposta di un modello sperimentale per la selezione e l’accesso ai Corsi di Studio in Medicina e Chirurgia. Medicina e Chirurgia, 57, 2555-2558.